Presepi storici: Il Presepio sulla Torre

Il Presepio popolare romano che veniva allestito nel XIX secolo sulla Torre degli Anguillara a Trastevere.

Articolo tratto da “Il Presepio” n. 36/37 del mese di marzo 1964

I presepi, più o meno artistici, più o meno ricchi, trovano il loro posto nell’interno di templi ed in cappelle annesse dove i visitatori possono soddisfare il loro spirito religioso ed anche la loro curiosità pienamente giustificata. Sembrerà, quindi, strano che soltanto nello scorso secolo s’iniziò ed ebbe termine la tradizione di un presepio unico nel suo genere, che veniva presentato, e quindi devotamente visitato, sull’ultimo ripiano della Torre degli Anguillara, nel Trastevere a Roma, su quella stessa torre che, oggi restaurata, col palazzetto annesso, accoglie la casa di Dante allo sbocco del ponte Garibaldi.

La celebre torre ricorda il fiero gesto di Titta degli Anguillara, il superbo signore di Cere che altezzosamente rispose, a chi gli faceva osservare che il privilegio di tenere il capo coperto alla presenza dell’Imperatore Carlo V, spettasse solo ai grandi di Spagna: Ed io sono Signore in casa mia! E tenne il cappello in testa davanti al grande monarca. Da quella stessa torre uscì, il 13 agosto 1341 in gran corteo Orso degli Anguillara, senatore di Roma, per recarsi ad incoronare di lauro il Petrarca in Campidoglio.

presepe torre degli anguillaraQuesta famosa torre, che domina da quasi nove secoli sulle avventurose vicende di Roma, rappresentante unica di quella selva di torri che segnavano nella fattura dei merli i guelfi ed i ghibellini di tutte le fazioni che ad essi si collegavano, vide anch’essa dalle finestrelle a croce guelfa le lotte feroci che avvamparono alla venuta di Enrico VII a Roma, nel 1312 per la sua incoronazione, che subì le devastazioni spietate di Giacomo Arlotto degli Stefaneschi ed i terribili squassi del terremoto nel 1348 ed infine rivide la sua potenza risorgere con Everso II dell’Anguillara, non poteva meglio riconsacrare le sue mura sanguinose che ospitando il Signore della pace e della fratellanza, nella rappresentazione più soave e delicata della sua vita: la nascita.

Giuseppe Forti (1801-1871), figlio di Camillo e di Dorotea Clementi, simpatica figura di romano era un industriale, anzi un artigiano trasteverino molto influente ed amato nel suo popolare rione; aveva impiantata ai piedi della torre una vetreria con reparto artistico, dove, oltre alla pittura su vetro (vetrate per cattedrali) curava anche la fabbricazione di varie specie di smalti vitrei.

Sul battuto della torre – che nel 1827 il Conservatorio delle Zitelle si S. Eufemia aveva concesso in enfiteusi al padre – anzi precisamente su un tavolato che sostenuto da saettoni girava le bertesche ed i piombatoi, il Forti costruiva fin dal 1850 circa ogni anno un popolare presepio a giorno invitando i romani che in folla accorrevano a visitarlo nonostante che, in quel tempo non si potesse ascendere comodamente la torre. Bisognava passare per molti androni smattonati e per scalettacce slabbrate e sconnesse. Erano molto in uso, verso la metà dello scorso secolo in Roma i cosiddetti presepi a giorno che venivano costruiti o nell’interno degli appartamenti contro una finestra, così da dare il naturale sfondo del cielo, degli alberi; oppure sulle terrazze delle case.

Giuseppe  Forti, nel realizzare la sacra rappresentazione dovette risolvere un serio problema: lo spazio. Infatti il battuto della torre misurava appena una trentina di metri quadrati, insufficienti per degli ampi sfondi. La soluzione fu originale: seguendo l’uso in voga, il presepio sarebbe stato esposto sulla sommità della torre e così gli stessi Colli Albani ne sarebbero stati il meraviglioso, naturale scenario. Mentre in primo piano si ergeva la costruzione della grotta in sughero, dai crepacci si scorgeva il paesaggio il quale, artificiale fino al parapetto, diveniva, da quello più in su, una scena al naturale. Roma, in quel tempo, era ben lontana, come oggi, dall’essere soffocata da enormi costruzioni, in modo che non appena l’aurora si colorava sui monti di Tivoli, il primo sole andava ad illuminare con fantastiche luci le scene del presepio. Saliva il sole per il cielo ed ecco acquistar luce e vibrazione i risalti, le anfrattuosità, i cigli erbosi, i torrentelli che sembravano precipitare in cascate spumose. Era il meriggio, ed attraverso le giogaie dei monti si vedeva il sole scendere placido sull’orizzonte. L’occhio ammirato spaziava su glauche zone di vero cielo e sulla corona di veri monti lontani, avvolti nella nebbia cerulea del Soratte ai Sabini, dai Colli Albani ai remoti Cimini.

Una targa di marmo, murata in via della Lungaretta n. 134, ingresso del presepio, invitava alla visita con queste parole:

QUESTA TORRE – PROPUGNACOLO A GUERRIERI – CARCERE A CAPTIVI – VEDEALA IL PASSEGGERO ED ARRETRAVA – MA VOI OSPITI D’OGNI PIAGGIA – ENTRATE LIETI – ELLA E’ CUNA DI NASCENTE – DIO PACIFICO REDENTORE.

statue presepe sulla torre degli anguillaraLa folla vestita a festa, faceva ressa per entrare. Le vistose gonnelle delle trasteverine, il giustacuore dei soldati, le tonache bianche o bigie di qualche frate, le vesti screziate delle robuste albanesi con acconciature di filigrana in testa, risaltavano meglio sullo sfondo affumicato del velo di fuliggine che in perpetuo usciva dai forni della vetreria.

Le figure, alcune delle quali, una trentina d’anni addietro riuscii a fotografare prima che andassero per sempre disperse, erano del tipo a cachert (abiti di tela imbevuta di colla, teste e mani di cartapesta).

Molti viaggiatori stranieri visitarono l’eccezionale presepio, lasciandone colorite descrizioni; ed anche il padre Antonio Bresciani, nella sua famosa opera d’ambiente romano “Edmondo o dei costumi del popolo romano” scrive che a mezz’aria veggonsi grupperelli d’angeli celestiali che cantano il Gloria…

Alla morte del Forti, che coincise con Roma capitale d’Italia, cessò la tradizione del bel presepio pensile; e buona parte del materiale, per via di eredità, passò alla famiglia trasteverina dei Buttarelli mercanti di lana e drappi in Via dei Genovesi, che ne continuarono per alcun tempo la tradizione. Più tardi, e fino ad una trentina d’anni addietro, i pochi resti delle figure erano nella chiesetta dei Sacconi Rossi all’Isola Tiberina, dove ogni anno i fratelli Busetti, monsignore e commendatore, costruivano immancabilmente un grazioso presepio di stile romano. Alla loro morte, tutto purtroppo, andò disperso.